Home Notizie flash Ucraina/ Presidenziali, Tymoshenko: non ammetterò …

(Apcom-Nuova Europa) – Yulia Tymoshenko si rifiuta di riconoscere la vittoria del candidato filo-russo Viktor Yanukovich alle elezioni presidenziali di domenica scorsa.

Secondo il sito, Tymoshenko ha detto a esponenti del suo partito che lei “non riconoscerà mai” l’esito del ballottaggio di domenica.

Ormai con la quasi totalità dei voti scrutinati – 99,91 per cento secondo la Commissione elettorale centrale – il leader del Partito delle Regioni Yanukovich ha ottenuto il 48,95 per cento dei voti, pari a 12.468.000 voti, mentre il primo ministro uscente s’è fermato al 45,48 per cento, pari a 11.585.000 voti.

La differenza tra i due candidati è stata di soltanto il 3,47 per cento, con l’1,19 per cento delle schede considerate nulle.

Fonte:
http://www.unita.it/notizie_flash/85430/ucraina_presidenziali_tymoshenko_non_ammetter_mai_sconfitta

Vittime non del terremoto ma di un intero sistema sbagliato

E si continua a fare disinformazione anche per colpa di chi, pur avendone le reali competenze non ha la capacità di saper esprimere ‘alla portata’ di tutti, il vero problema, come nel caso di Paolo Stefanelli, presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, che, ospite di Porta a Porta ha gettato nel ridicolo l’intera categoria professionale.È il momento quindi di mettere un po’ d’ordine alle idee, cercando di dare un senso pratico a chi non è del mestiere.

Dal 1996 ad oggi, nel frattempo si è assistito al riordino delle Facoltà di Ingegneria ed Architettura, si sono stabiliti i criteri ordinistici di separzione all’interno degli albi professionali tra quelli laureati con il vecchio ordinamento e quelli con il nuovo, si sono introdotte le società di ingegneria rette da capitale economico e non basate su reali competenze professionali e colpo finale, per mano di Bersani si è dato il via alla liberalizzazione dell’attività professionale.

Tutto ciò ha comportato uno svilimento del sistema formativo universitario, l’impreparazione professionale, la mancanza di riscontro economico legato alla prestazione e dunque una diminutio nella qualità di progettazione, che risulta essere messa alla prova con la concorrenza spesso sleale che attuano i dipendenti statali con il doppio lavoro (non autorizzato) ed infine la continua evoluzione di software di calcolo al quale spesso, per negligenza, i progettisti si affidano senza verificare i risultati.

Ecco ancora che si continua a parlare impropriamente di terremoto e di instabilità delle costruzioni confondendo il concetto di ‘struttura portante’ che è il telaio per le costruzioni in cemento armato e l’intera muratura compatta per gli edifici storici.

Fonte:
http://www.articolo21.info/5174/editoriale/vittime-non-del-terremoto-ma-di-un-intero-sistema.html

Così i frati non aiutano il Vangelo: la carità non converte i musulmani

Un campeggio musulmano nel convento francescano di Sassoferrato forse non è che un piccolo episodio fra i tanti che testimonia la rinuncia della Chiesa a far vivere il Vangelo. I Francescani vantano il loro spirito di carità (oggi si chiama «accoglienza», «dialogo») ma sanno benissimo che lo spirito di carità non converte i musulmani al cristianesimo e che fra poco il Vangelo morirà a causa della morte dei suoi «portatori». Questa è la durissima verità cui devono riflettere oggi i Religiosi, francescani e non francescani, cui devono riflettere tutti i cristiani, sia i politici che i semplici sudditi, ma soprattutto deve riflettere la Chiesa: o ci si impegna a predicare il Vangelo oppure lo spirito di carità dei Francescani contribuirà a farlo sparire più presto.Il cristianesimo è in grave crisi. Il cattolicesimo in particolare mostra ferite profonde, sia a livello di credenti, sia e ancor più nelle sue strutture portanti, quelle strutture che fin quasi dalle origini hanno permesso alla Chiesa di radicarsi in Europa e di farsi conoscere ed apprezzare in tutto il mondo. Parlo, ovviamente, degli Ordini religiosi, dai Benedettini ai Francescani, ai Domenicani, ai Gesuiti, che vedono oggi i loro noviziati quasi del tutto deserti; parlo del clero diocesano che, non soltanto è sempre meno numeroso, ma è privo di mordente, ripiegato stancamente su parole logorate dall’uso e vuote di contenuto.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=287200

«Ora non dite che abbiamo sbagliato acquisti»

da MilanoC’è modo e modo di perdere. E la prima battuta d’arresto di questo Milan sembra non preoccupare più del dovuto l’entourage rossonero. Insomma i fantasmi della scorsa stagione – la miseria di 31 punti raggranellati nelle 18 partite davanti al proprio pubblico – sembrano essere un ricordo lontano, se non nel risultato quantomeno nella forma. «Abbiamo giocato un primo tempo sui livelli dell’anno scorso, con le stesse sofferenze delle partite casalinghe. Ma nella ripresa si è intravisto un Milan diverso, che in prospettiva può giocare molto bene e ottenere ottimi risultati», l’analisi di un accigliato, ma non troppo, Carlo Ancelotti. «È stata una partita strana e atipica: siamo a inizio campionato e queste sorprese possono capitare. Abbiamo attaccato per novanta minuti e siamo stati puniti nelle uniche due circostanze di lucidità del Bologna. Ma anche dal punto di vista fisico non potevamo fare di più». E la mente torna a quei 20 minuti iniziali del secondo tempo dove – sulla spinta di un inedito 4-2-3-1 e delle giocate a ritmo di paso-doble di Ronaldinho – i rossoneri hanno messo alle corde i rossoblù. «L’inizio della ripresa – prosegue Ancelotti – è stato ottimo, con Ronaldinho che ha giocato molto bene e con continuità l’intera gara. È normale che quanti più giocatori di qualità scendono in campo, maggiore deve essere il sacrificio di tutti per non subire continui e improvvisi ribaltamenti.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=287242

«Ora non dite che abbiamo sbagliato acquisti»

da MilanoC’è modo e modo di perdere. E la prima battuta d’arresto di questo Milan sembra non preoccupare più del dovuto l’entourage rossonero. Insomma i fantasmi della scorsa stagione – la miseria di 31 punti raggranellati nelle 18 partite davanti al proprio pubblico – sembrano essere un ricordo lontano, se non nel risultato quantomeno nella forma. «Abbiamo giocato un primo tempo sui livelli dell’anno scorso, con le stesse sofferenze delle partite casalinghe. Ma nella ripresa si è intravisto un Milan diverso, che in prospettiva può giocare molto bene e ottenere ottimi risultati», l’analisi di un accigliato, ma non troppo, Carlo Ancelotti. «È stata una partita strana e atipica: siamo a inizio campionato e queste sorprese possono capitare. Abbiamo attaccato per novanta minuti e siamo stati puniti nelle uniche due circostanze di lucidità del Bologna. Ma anche dal punto di vista fisico non potevamo fare di più». E la mente torna a quei 20 minuti iniziali del secondo tempo dove – sulla spinta di un inedito 4-2-3-1 e delle giocate a ritmo di paso-doble di Ronaldinho – i rossoneri hanno messo alle corde i rossoblù. «L’inizio della ripresa – prosegue Ancelotti – è stato ottimo, con Ronaldinho che ha giocato molto bene e con continuità l’intera gara. È normale che quanti più giocatori di qualità scendono in campo, maggiore deve essere il sacrificio di tutti per non subire continui e improvvisi ribaltamenti.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=287242

Nel ’68 l’aveva presentato così: «Inutile parlarne, non capireste»

Nostro inviato a Venezia«Arrestatemi» disse Carmelo Bene al piantone del commissariato del Lido di Venezia, il giorno dopo non essere stato premiato con il Leone d’oro per Nostra Signora dei Turchi, ma solo con quello d’argento. «Cosa avete fatto?» gli chiese il poliziotto sbalordito. «Ancora niente, ma voglio uccidere il ministro del Turismo e dello Spettacolo». A trent’anni Carmelo Bene era già Carmelo Bene, e aveva ragione il direttore della Mostra Luigi Chiarini quando, rispondendo ai contestatori che giudicavano la mostra reazionaria, aveva replicato che Nostra Signora dei Turchi bastava e avanzava per fare la rivoluzione. Ripresentato ieri nella sezione «Questi fantasmi» in una versione che lo recupera integralmente, il film è un diluvio di immagini e di trovate, affascinante, incomprensibile e a volte noioso, trionfo visivo e avanspettacolo, con la celebre phoné del suo autore a fare i primi passi. Nei cinema fu un disastro: presentato in una sala di Torino, più di una volta finì con le poltrone divelte e tirate contro lo schermo e il regista che alla cassa dava indietro i soldi dicendo: «Lei è un cretino». Raccontarne la trama non avrebbe senso, anche perché non c’è, cedere la parola allo stesso Bene aiuta, forse, a capire meglio: «Sono un anarchico, non rispetto nessuna specie di conformismo. Come tragica farsa della vita interiore (o solitudine) di un personaggio-situazione, o meglio di una situazione che si fa personaggio, questo mio film è un’opera di auto-contestazione.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=287226

Genova per noi non è solo uno sfondo

(…) città è comunque uno squarcio scenografico o il fondale di un palcoscenico che non è davvero organico con l’anima e il corpo della trama incarnata dai protagonisti. Intendiamoci è tutt’altro che facile che questo avvenga: che cioè la genovesità o la ligusticità si caratterizzino in maniera irripetibile agli occhi del lettore o dello spettatore. Questo capita solo con i classici (per es. della letteratura: nella poesia di Sbarbaro, di Caproni e, soprattutto, di Montale). È in questa capacità di impressione-espressione, consegnata ad un linguaggio originale, che si coagulano tratti destinati ad essere davvero caratterizzanti, quasi idiosincrasici per la nostra gente. In altri tipi di esperienze visive o linguistiche che si caratterizzano per un livello più popolare il tessuto cittadino e regionale, nelle sue caratteristiche di fondo, appare decisamente labile come nell’universo variegato delle fiction (dove tutto ha la dimensione del prodotto commerciale unitariamente venduto nel supermercato da Messina a Pordenone). È significativo che nelle serie televisive si riesce solo a parlare (per es.) in romanesco (sembra davvero che i «nostri» attori non conoscano altra inflessione dialettale).Altri difetti si potrebbero annoverare ma io credo che non sia questo il punto (né d’altra parte la genovesità e la ligusticità si possono soltanto rappresentare facendo riferimento costante alle produzioni teatrali del passato, per quanto meritorie possano essere – si pensi a Gilberto Govi – o facendo riferimento alla scuola dei cantautori dei «favolosi» anni ’60).

Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=284960