Sequestrato un arsenale di armi Due uomini finiscono in manette

Un arsenale in casa e in auto. Quattro pistole perfettamente funzionanti e pronte all’uso, centinaia di proiettili, caricatori, coltelli, passamontagna e guanti da chirurgo. Non ci vuole un genio per capire che le armi trovate dai carabinieri del comando provinciale Roma sono servite o sarebbero dovute servire per rapine, sequestri di persona, attentati. Due le persone finite in manette in altrettante operazioni dei militari di Ciampino e della compagnia di Anzio, il primo un 50enne dei Castelli Romani, l’altro un 32enne di Ardea che viaggiava, come se niente fosse, con una Beretta semiautomatica calibro 9, otto proiettili calibro 9 parabellum (di quelli in dotazione a polizia e carabinieri), 134 cartucce calibro 9×21 (da guerra), due proiettili 6×35, un coltello a serramanico di tipo proibito e materiale per camuffarsi. Come le calze di nylon, utilizzate da banditi e delinquenti senza scrupoli in azioni criminose. Nel primo caso il 50enne, un personaggio che ha collezionato una sfilza di precedenti penali, nascondeva nel suo appartamento e in garage una pistola semiautomatica calibro 9×21 bifilare completa di caricatore e munizioni, un revolver Colt calibro 357 magnum con relativi proiettili e un revolver calibro 6 con matricola abrasa. Armi particolari queste ultime due, utilizzate in genere per attentati di un certo spessore in quanto non lasciano tracce. Il bossolo, difatti, nel caso di una rivoltella viene trattenuto all’interno del tamburo e non viene espulso come succede per le semiautomatiche.
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«Ora non dite che abbiamo sbagliato acquisti»

da MilanoC’è modo e modo di perdere. E la prima battuta d’arresto di questo Milan sembra non preoccupare più del dovuto l’entourage rossonero. Insomma i fantasmi della scorsa stagione – la miseria di 31 punti raggranellati nelle 18 partite davanti al proprio pubblico – sembrano essere un ricordo lontano, se non nel risultato quantomeno nella forma. «Abbiamo giocato un primo tempo sui livelli dell’anno scorso, con le stesse sofferenze delle partite casalinghe. Ma nella ripresa si è intravisto un Milan diverso, che in prospettiva può giocare molto bene e ottenere ottimi risultati», l’analisi di un accigliato, ma non troppo, Carlo Ancelotti. «È stata una partita strana e atipica: siamo a inizio campionato e queste sorprese possono capitare. Abbiamo attaccato per novanta minuti e siamo stati puniti nelle uniche due circostanze di lucidità del Bologna. Ma anche dal punto di vista fisico non potevamo fare di più». E la mente torna a quei 20 minuti iniziali del secondo tempo dove – sulla spinta di un inedito 4-2-3-1 e delle giocate a ritmo di paso-doble di Ronaldinho – i rossoneri hanno messo alle corde i rossoblù. «L’inizio della ripresa – prosegue Ancelotti – è stato ottimo, con Ronaldinho che ha giocato molto bene e con continuità l’intera gara. È normale che quanti più giocatori di qualità scendono in campo, maggiore deve essere il sacrificio di tutti per non subire continui e improvvisi ribaltamenti.
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Zarate, che esordio: «E pensare che ho iniziato male»

La Lazio, pardon, la «Dea bendata» sbanca lo stadio Sant’Elia e allontana in un amen gli spettri d’un inizio di campionato deludente. Siamo sinceri, i biancocelesti stavolta hanno beneficiato di una dose di fortuna non indifferente per ottenere il blitz sardo e l’1-4 finale tutto è, tranne che dimostrazione di superiorità. Sotto col gioco e in svantaggio fino al minuto numero numero 62, i laziali hanno sfruttato della dabbenaggine del capitano degli isolani, Lopez, che invece di rinviare un pallone facile-facile l’ha svirgolato e poi colpito con la mano, fornendo al signor Bergonzi l’assist per l’espulsione e il conseguente rigore. Così Zarate ha dato il «la» alla rimonta, conclusa con un roboante poker griffato una seconda volta dall’argentino, poi da Foggia (che in maniera signorile e da buon ex non ha esultato, nonostante i fischi del pubblico) e dal solito Pandev.Delle due l’una: o Claudio Lotito è un uomo fortunato oppure un genio sotto il punto di vista manageriale. «Zarate è meglio di Messi», aveva annunciato il patron portando il sudamericano a Formello e se il buongiorno si vede dal mattino, adesso bisognerà studiare a fondo il caso-Lotito, che più viene bistrattato e più miete successi. Per la cronaca al novantesimo il buon Mauro (che viste le mode potremmo definire lo «special one» di Formello) s’è detto «felice per questo trionfo e per la buona prova offerta.
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Alla salvezza mancano 37 punti. Poi…

Mancano 37 punti alla salvezza. Diciamolo subito, prima di cedere alle lusinghe di questo Toro sontuoso, lucido e tatticamente perfetto. Ci serviva una mano per sbloccare la partita, ed è arrivato lo sciagurato Diamoutene. Poi Rosina e Corini hanno acceso la luce, e il Lecce è evaporato. Col raddoppio di Zanetti è stato solo Toro. Quello pallido e stanco dell’anno scorso sembra definitivamente archiviato nella stanza degli orrori. Lasciamolo lì. Amoroso si è confermato un giocatore completo, capace di difendere la palla, ringhiare a metà campo e far risalire la squadra. Gli è mancato solo il gol, che speriamo arrivi quando ce ne sarà più bisogno. Bianchi ha ancora bisogno di inserirsi nel puzzle costruito da De Biasi. C’è ancora tempo. Vincere contro il Lecce (che ci aveva condannato alla B nell’89, chez Mazzone) è la prima delle tante piccole vendette che noi granata ci prepariamo a consumare. I segnali per un campionato all’altezza della nostra storia ci sono tutti. Se le gerarchie in attacco sembrano consolidate, e in difesa bisognerà aspettare Natali, è a centrocampo che il Toro si gioca la stagione. Bene Saumel, benissimo Zanetti, perfetto Diana. Ma in tanti scalpitano per una maglia. Mai così granata negli ultimi 15 anni.

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La storia all’ombra del re Sole

Cade decisamente a proposito la pubblicazione, presso Mondadori, del volume di Max Gallo, Il Re Sole. A rompere la noia – e la banalità, per lo più – della chiacchiera ferragostana s’era affacciata una nuova provocazione intorno all’eterno dibattito su come si debba fare e scrivere la storia in una società di massa: se rigorosamente, sempre e solo, sulla base e sotto traccia di una rigorosa documentazione, o se affidandosi all’abbrivio, all’inventiva e – perché no – alla fantasia del romanziere.

Apparentemente è una questione trita e ritrita, e un po’ anche vieta. In realtà rappresenta una sfida culturale del massimo rilievo civile, oltre che di grande spessore scientifico. Solleva, infatti, un dilemma centrale della riflessione storiografica cui i cultori della materia non possono sfuggire. Ma tocca anche un nervo scoperto del costume civile e della democrazia «materiale» del nostro Paese: bulimico di passione politica, anoressico di riflessioni e di letture critico-formative. Un nervo scoperto che è anche – e, forse, soprattutto – dell’establishment culturale, segnatamente dell’accademia: perennemente pensosa delle magnifiche sorti e progressive della nostra stentata democrazia, ma anche incorreggibilmente elitaria, al fondo disinteressata a fornire una letteratura popolare, capace cioè di raggiungere e interessare il largo pubblico.

Il dilemma, per restare al campo storico che qui ci preme trattare, è unire una ricerca rigorosa sull’argomento scelto e una resa narrativa efficace, così come si conviene appunto al pubblico di una società di massa.
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Perde l’arma nel furto Il commesso gli spara e lui muore nella fuga

Un uomo ha tentato di rapinare due commessi di un supermercato minacciandoli con una pistola ma, dopo avere ferito uno dei due durante una colluttazione, ha perso l’arma ed è scappato a piedi. Il commesso ferito ha preso la pistola, ha inseguito il suo aggressore e gli ha anche sparato alcuni colpi. Durante la fuga, però, il rapinatore è caduto in un dirupo e, quando è stato ritrovato, era morto. L’autopsia dovrà stabilire se la morte è stata causata da eventuali ferite d’arma da fuoco o dalla caduta. È accaduto a Masserano nel Biellese mentre due commessi del «Centro Freschi» stavano chiudendo il negozio. La coppia, che aveva l’incasso della giornata (10mila euro), è stata fermata sul retro del supermarket mentre stava salendo in auto.

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Genova per noi non è solo uno sfondo

(…) città è comunque uno squarcio scenografico o il fondale di un palcoscenico che non è davvero organico con l’anima e il corpo della trama incarnata dai protagonisti. Intendiamoci è tutt’altro che facile che questo avvenga: che cioè la genovesità o la ligusticità si caratterizzino in maniera irripetibile agli occhi del lettore o dello spettatore. Questo capita solo con i classici (per es. della letteratura: nella poesia di Sbarbaro, di Caproni e, soprattutto, di Montale). È in questa capacità di impressione-espressione, consegnata ad un linguaggio originale, che si coagulano tratti destinati ad essere davvero caratterizzanti, quasi idiosincrasici per la nostra gente. In altri tipi di esperienze visive o linguistiche che si caratterizzano per un livello più popolare il tessuto cittadino e regionale, nelle sue caratteristiche di fondo, appare decisamente labile come nell’universo variegato delle fiction (dove tutto ha la dimensione del prodotto commerciale unitariamente venduto nel supermercato da Messina a Pordenone). È significativo che nelle serie televisive si riesce solo a parlare (per es.) in romanesco (sembra davvero che i «nostri» attori non conoscano altra inflessione dialettale).Altri difetti si potrebbero annoverare ma io credo che non sia questo il punto (né d’altra parte la genovesità e la ligusticità si possono soltanto rappresentare facendo riferimento costante alle produzioni teatrali del passato, per quanto meritorie possano essere – si pensi a Gilberto Govi – o facendo riferimento alla scuola dei cantautori dei «favolosi» anni ’60).

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