Quei protagonisti al di là dei numeri uno

«O protagonisti o nessuno». Alla fine delle Olimpiadi il titolo del Meeting di Rimini, che apre i battenti domani, potrebbe essere immediatamente inteso secondo la mentalità dominante: chi non è il primo non conta. Scorrendo attentamente il programma del Meeting ci si accorge invece che il modello proposto è agli antipodi. Infatti gente «comune», eppure eccezionale, come Marguerite Barankitse (Premio internazionale Onu per i rifugiati), Rose Busingye (impegnata con le donne malate di Aids in Uganda), Cleuza e Marcos Zerbini (alla guida di un grande movimento sociale di ex favelados a San Paolo del Brasile), Salih Osman (Premio Sacharov 2007 per il suo impegno tra e per i rifugiati del Darfur), i carcerati protagonisti della mostra «Libertà va cercando, ch’è sì cara. Vigilando redimere», mostrano che si può vivere da protagonisti, cioè coscienti di chi si è, soddisfatti e rispettosi delle proprie esigenze profonde, e vincere anche in situazioni proibitive e senza chiamarsi Phelps. Al Meeting si vuole verificare questa evidenza nei tre grandi ambiti in cui l’uomo di oggi incontra le maggiori sfide. La pace: di fronte a una situazione internazionale in cui, ad onta dello spirito olimpico, rinascono continuamente venti di guerra, violenze contro l’uomo e egoismi nazionalistici, il Meeting rilancerà il suo appello per l’amicizia tra i popoli, chiamando a discutere protagonisti nello scenario internazionale, quali il segretario della Lega araba Amre Moussa, il presidente dell’Unione europea Barroso, l’ambasciatrice Usa in Vaticano Mary Ann Glendon, il segretario di Stato vaticano monsignor Mamberti, il cardinal Tauran.

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Gettano la droga addosso ai carabinieri

I carabinieri della stazione di Roma Tor Vergata sono riusciti ad individuare un appartamento dove un 41enne e un 45enne, entrambi di Roma, nascondevano lo stupefacente che spacciavano a centinaia di clienti provenienti da tutta Roma. I carabinieri, insospettiti dal continuo via vai di persone, hanno fatto irruzione nell’abitazione. Alla vista dei militari i due hanno tentato di sbarazzarsi della droga lanciando eroina dalla finestra ma lo stupefacente è finito sui carabinieri che si erano posizionati sotto la finestra. I militari hanno raccolto circa 30 grammi di eroina che avrebbe fruttato sul mercato parecchie migliaia di euro.

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Genova per noi non è solo uno sfondo

(…) città è comunque uno squarcio scenografico o il fondale di un palcoscenico che non è davvero organico con l’anima e il corpo della trama incarnata dai protagonisti. Intendiamoci è tutt’altro che facile che questo avvenga: che cioè la genovesità o la ligusticità si caratterizzino in maniera irripetibile agli occhi del lettore o dello spettatore. Questo capita solo con i classici (per es. della letteratura: nella poesia di Sbarbaro, di Caproni e, soprattutto, di Montale). È in questa capacità di impressione-espressione, consegnata ad un linguaggio originale, che si coagulano tratti destinati ad essere davvero caratterizzanti, quasi idiosincrasici per la nostra gente. In altri tipi di esperienze visive o linguistiche che si caratterizzano per un livello più popolare il tessuto cittadino e regionale, nelle sue caratteristiche di fondo, appare decisamente labile come nell’universo variegato delle fiction (dove tutto ha la dimensione del prodotto commerciale unitariamente venduto nel supermercato da Messina a Pordenone). È significativo che nelle serie televisive si riesce solo a parlare (per es.) in romanesco (sembra davvero che i «nostri» attori non conoscano altra inflessione dialettale).Altri difetti si potrebbero annoverare ma io credo che non sia questo il punto (né d’altra parte la genovesità e la ligusticità si possono soltanto rappresentare facendo riferimento costante alle produzioni teatrali del passato, per quanto meritorie possano essere – si pensi a Gilberto Govi – o facendo riferimento alla scuola dei cantautori dei «favolosi» anni ’60).

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Diesel Fiat in fabbrica cinese

Il gruppo Fiat produrrà nella città cinese di Chongqing circa 100mila motori diesel leggeri l’anno. I motori prodotti nella città della Cina sudorientale, dove Fiat è già presente con Iveco, sono destinati, spiega la Fiat, all’esportazione e a forniture già sottoscritte con altri costruttori. L’investimento complessivo di circa 180 milioni di euro.

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Ora l’uomo esagera:

La regola è: polpacci. Anche maschili. Il pantalone, in ufficio, per l’uomo non è più obbligatorio: in estate può andare al lavoro con un bel completo a mezza gamba. Giacca, cravatta e bermuda. I dipendenti non possono essere costretti a sudare, solo perché hanno i polpacci meno graziosi e molto più pelosi di quelli delle colleghe: anche loro hanno diritto a esibirli, se vogliono. E a scegliere un abbigliamento che a molti sembrerà da spiaggia ma, per alcuni, è soltanto di stagione.

Il manager in bermuda è l’ultima evoluzione dello stile aziendale, dopo il casual Friday in pullover e polo e il lunedì senza calzini ai piedi, le contaminazioni dei creativi (di professione) e le camicie a mezze maniche della rivoluzione dotcom. È l’ultimo tabù che cade e la rupture, ufficialmente, avviene a Salt Lake City, Utah, dove un’agenzia pubblicitaria ha adottato il nuovo codice d’abbigliamento per l’estate 2008. Ma il bermuda da colletto bianco si è già diffuso, informalmente, per le strade di New York e non solo per motivi climatici: è considerato di tendenza, e tanto basta per renderlo attraente. Non importa se il polpaccio ostentato provoca i singulti dei puristi e le perplessità delle signore. C’è chi è convinto che sia sexy: «Sono sicuro che alle donne piaccia guardare i polpacci degli uomini o le caviglie, se sono belle» spiegava ieri sull’Herald Tribune il campione di hockey Sean Avery.

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Sesso, polo e motori Lo sciupafemmine dal volto «macho»

Le donne, le corse in macchina, le partite di polo, le feste… La giornalista enumerò le molteplici attività che lo avevano reso famoso e poi gli chiese come riuscisse a conciliarle con il lavoro… Lui le sorrise, come si fa sempre di fronte a una domanda stupida, più che indiscreta: «Lavorare? No, guardi, non ne ho il tempo».Nato nel 1909, Porfirio Rubirosa aveva passato l’infanzia e l’adolescenza a Parigi, al seguito del padre ambasciatore della Repubblica Dominicana. A sedici anni, con i primi pantaloni lunghi, era entrato in una boite di Montmartre e lì aveva avuto una folgorazione. «Ho ancora nella testa le risate che si fondevano in una sola, come un acuto squillo di tromba. Mi sentii a casa». Studente mediocre di ottime scuole, apriva solo i libri «che mi interessavano, e non è che fossero molti. L’unico elemento di geografia che mi piaceva era la mappa dei locali notturni». Senza saperlo, scrisse nelle sue memorie una perfetta immagine alla Talleyrand, il grande diplomatico gaudente per il quale solo chi aveva vissuto nella Francia Ancien Régime poteva dire di aver conosciuto «la dolcezza del vivere». La sua era meno aulica: «Chi non ha vissuto nella Parigi degli anni Venti, non può sapere che cos’è un night-club». Il senso però era lo stesso.Scrupolo di storico ci costringe tuttavia ad aggiungere che quella di Rubirosa era per molti versi una vanteria, più che una realtà vissuta.

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